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Ritorno alla didattica in presenza, non sarà come riavvolgere il nastro


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Il Coronavirus e la conseguente didattica emergenziale  hanno cambiato la scuola. Le resistenze giovanili sono diverse, declinate in trappole mentali che vanno contro il cambiamento. Passata la pandemia la nuova normalità  non riporterà la scuola e i ragazzi al punto di partenza (febbraio-marzo 2020).

Il Coronavirus e le sue conseguenze sulla scuola

Il Coronavirus ha fatto crollare il castello di carta, costruito dall’uomo postmoderno e artificiosamente basato sulla presunzione di contrapporre alla natura il suo modello. Quest’ultimo basato sulla tecnica aveva lo scopo di illudere l’uomo di essere il padrone del creato, marginalizzando le situazioni-limite (K. Jaspers) costruite dal dolore e dalla morte. Il virus ha rimesso le cose a posto, ricollocando l’uomo nella sua condizione di precarietà.
Anche la scuola sta vivendo un momento di crisi profonda. Il suo profilo pre-Covid  era definito da una ritualità fatta di  momenti e attività con poche modifiche nel tempo. Il Coronavirus ha fatto saltare questo quieto scenario, facendo emergere le criticità che venivano nascoste sotto il tappeto.

Mi riferisco alle classi pollaio.  La soluzione organizzativa imposta alla scuola da M.Gelmini e G. Tremonti (2009) ha messo in difficoltà molti Istituti scolastici tenuti a rispettare il metro buccale.
L’entrata a gamba tesa della didattica emergenziale (prima solo a distanza, ora accompagnata anche da quella integrata) ha messo in evidenza le carenze tecnologiche e metodologiche-didattiche di molti docenti. In quest’ultimo caso mi riferisco alla difficoltà di percepire la dimensione virtuale come un’altra realtà pedagogica, rispetto alla tradizionale lezione. Pier Cesare Rivoltella ha definito la Dad come una versione depotenziata dell’aula.  Anche i ragazzi, però spesso presentati come esperti della tecnologia hanno fatto emergere tutti i loro limiti tecnologici declinati nella scarsa conoscenza delle procedure prive di strategie e metodologie. Chiude il cerchio la carenza di dispositivi, la debolezza delle connessioni…

La scuola ha fatto la sua entrata nell’incertezza

E’ possibile sintetizzare tutti questi elementi, affermando che la scuola è stata forzatamente costretta a fare i conti con l’incertezza, abbandonando la sponda sicura di anni scolastici sempre uguali e con riti prestabiliti.  Prima dell’avvento del Covid la scuola era riuscita ad evitare questo contatto con il caos che governa la realtà. Le grandi narrazioni (idealismo, socialismo e cristianesimo) ci avevano illuso di poter governare il mondo La loro crisi, l’avvento del pensiero debole (G. Vattimo) che esalta il particolare, il frammento svincolato da qualsiasi disegno e la liquidità della realtà (Z. Bauman)  hanno fatto scoprire l’acqua calda, cioè un mondo caotico che non ha mai smesso “di essere volatile, complesso, ambiguo, ma soprattutto incerto. E’ così dall’inizio dei tempi e così resterà per sempre. Lo stato di incertezza non è accidentale né transitorio, non è una questione che dobbiamo superare. E’ piuttosto uno stato naturale e stabile…” (A. Pascual, Incertezza positiva, Giunti, Firenze, 2021).

Comprensibile quindi la richiesta da parte della scuola di tornare in presenza. In altre termini, si chiede a gran voce di tornare al già conosciuto.  Per i ragazzi  il poter varcare i cancelli significa sperimentare nuovamente la dimensione sociale, dove il corpo è centrale e le modalità di apprendimento che hanno sempre caratterizzato la scuola.

Al momento però non siamo noi a dettare le regole. Il virus ha imposto dei comportamenti e delle attenzioni che appartenevano prima solo al personale sanitario. E’ necessario comprendere che lo scenario è cambiato, più vicino alla società del rischio (U. Beck). E’ lo stesso Premier M. Draghi a certificare il cambio di prospettiva: “…non sappiamo quanto durerà la pandemia e quando arriverà la prossima”

Le trappole mentali dei nostri ragazzi

Come scrivevo sopra,  i nostri ragazzi sono convinti di poter tornare alla scuola pre Covid, immaginando di poter riavvolgere il nastro e tornare al punto di partenza (febbraio-marzo 2020). La trappola mentale non consente loro di percepire il nuovo scenario che ormai si è imposto a livello sistemico, favorendo così un loro ritiro dal presente.  Come scrivono G. Vercelli e G. d’Albertas (Antifragili, Feltrinelli, 2021) si ha paura di tagliare i rami secchi. ” Come una pianta deve essere potata quando è il momento, affinchè possa crescere più sana e florida di prima, allo stesso modo dobbiamo liberarci di ciò che non è più funzionale alla nostra crescita“, al cambio di scenario improntato al caos. Proseguono i due autori, scrivendo che “a volte siamo incapaci di procedere nella vita perché rimaniamo agganciati a situazioni del passato” che  ci impediscono di vivere il presente in modo costruttivo. Si preferisce credere che tutto tornerà come prima, rifugiandosi in un contesto senza tempo come il virtuale (Generazione Hikikomori). E tutto questo si vive per via di un’assenza di futuro, già presente nel periodo pre-Covid. Il vittimismo poi è la tappa successiva.

Un’altra trappola mentale rimanda all’idea che altri devono rimettere a posto le cose, giustificando il disimpegno personale verso il cambiamento. Per riprendere la filosofia hegeliana non è azzardato affermare che ogni individuo giunge  alla sintesi dopo aver fatto i conti con l’antitesi (situazione avversa, contraria). Il punto finale rappresenta il più semplice “salto di livello” e non un ritorno alla tesi. Siamo oltre l’atteggiamento resiliente che si oppone in modo anche proattivo alla dad o Did , sperando però in un ritorno anche se arricchito di positività alla situazione precedente.

La scuola post-Covid e il contributo dei ragazzi

Il compito di definire il profilo della scuola post-Covid non ha alcuna pretesa di anticipare il futuro, ma solo di formulare un’ipotesi.

A mio parere “la sintesi” sarà caratterizzata da una scuola modello blended.

La prima conferma è politica e rimanda a una dichiarazione del Ministro P. Bianchi: “In futuro la Dad sarà integrata con la presenza“.

La seconda è più professionale ed espressa magistralmente da Pier Cesare Rivoltella: ” Spero che si riparta dalla pratica come oggetto normale per la riflessività dell’insegnante e quindi, come professionista… un insegnante che della sua professionalità riconosca il digitale come dimensione integrante e un insegnante che trovi nella riflessività lo strumento quotidiano di sviluppo, di maturazione e di messa a profitto di quello che è e di quello che sa
Le indicazioni portano a considerare la nuova normalità post-Covid caratterizzata dalle  “cosiddette flipped classroom, le «classi ribaltate», e più in generale i modelli ibridi nei quali lezioni, letture e altri contenuti vengono resi disponibili online per la preparazione autonoma delle attività in presenza, e le ore di lezione in classe sono dedicate all’approfondimento e alla sperimentazione attraverso diverse forme di collaborazione e lavoro di gruppo. Un modello applicabile dalle scuole di grado inferiore alle università, il cui successo presuppone una rivoluzione nei metodi per l’organizzazione dello studio individuale e del lavoro in classe, così come nella preparazione di lezioni e contenuti formativi preliminari. Tenere (o peggio ancora registrare) una lezione di fronte a un monitor è quanto di meno efficace si possa pensare come utilizzo del digitale. Al contrario, il digitale può essere usato come strumento per diversificare il materiale didattico e renderlo funzionale a introdurre concetti chiave che vengono poi discussi, approfonditi e sviluppati in classe.” (Corriere della Sera, 16 aprile)

Con il sostegno metodologico e operativo dei docenti  i ragazzi possono contribuire alla migliore definizione di questo scenario. Certamente la loro spinta motivazionale e il conseguente impegno li collocherà in una dimensione del cambiamento. Questo richiede l’abbandono del facile vittimismo e attendismo che porta a separarsi dalle  certezze o da quelle ritenute tali di un passato che non potrà più tornare. Più concretamente l’impegno condiviso con i professori sarà finalizzato a ricercare nuove modalità di vivere  la socialità, sperimentando altre strategie di apprendimento in un ambiente allargato e  ibrido fatto di momenti offline e online. La sfida risulta interessante, pari solo al passaggio dalla scrittura a mano alla stampa.



Fonte: news.google.com

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